Morte Livio Berruti, l'ultima intervista ricordando Verona

Livio Berruti, il campione olimpico nel 1960 sui 200 metri scomparso ieri a 87 anni, tre mesi prima del trionfo romano centrò un grande risultato sulla pista del campo CONI di Verona, l’attuale Centro Consolini.
Berruti partecipò “Trofeo De Gasperi”correndo i 100 metri in 10”2, nuovo record italiano e primato europeo eguagliato.
Lo ricorda GiovaniSport, il portale diretto da Rodolfo Giurgevich, che con Pietro Perbellini due giorni fa aveva intervistato Berruti.
Ecco un passaggio:
Livio, cosa ricordi di quel 26 maggio 1960 in cui hai eguagliato il record europeo con 10”2?
«Ho un ricordo piuttosto sbiadito, essenzialmente per due motivi: il primo riguarda la poca enfasi con cui il mondo sportivo (giudici, atleti, spettatori) ha preso nota dell’avvenimento. In quei tempi gli sport che catalizzavano l’attenzione erano calcio e ciclismo, seguiti dall’automobilismo e dal pugilato. Il secondo motivo era la mia quasi indifferenza per il risultato cronometrico. A quell’epoca il crono stabilito in gara aveva un valore secondario. Io gareggiavo esclusivamente per il piacere di correre, scaricando sulla pista il mio “surplus energetico”.»
Perché ai Giochi di Roma hai scelto di correre, come gara individuale, solo i 200m?
«Ho privilegiato la specialità in cui avevo più chance di entrare in finale e dove ero consapevole di poter correre meglio di tutti gli altri in curva, il mio punto di forza. Probabilmente avrei gareggiato nei 100m solo se fossero stati programmati dopo i 200.»
Nessuno, neppur nelle più rosee previsioni, ti pronosticava campione olimpico dei 200m. Per quale risultato avresti fatto la firma prima della gara?
«Con un personale di 20”7 pensavo di avere ottime possibilità di accedere alla finale ma, di certo, non di conquistare una medaglia, dato che mi sarei scontrato con i tre primatisti mondiali di quell’anno, tutti con un record di 20”5: i due statunitensi Ray Norton e Stone Johnson e il britannico Peter Radford.»
Alle 16.00 del 3 settembre sei entrato in una nuova dimensione…
«In semifinale ho corso in maniera perfetta: a venti metri dal traguardo ero talmente in testa che smisi di spingere, lasciandomi nettamente alle spalle i tre co-detentori del primato mondiale. Quando sentii il tempo che avevo realizzato (20”5, record mondiale eguagliato), anziché gioire mi arrabbiai con me stesso, assalito dal timore di non riuscire a recuperare tutte le energie per la finale programmata dopo meno di 2 ore.»
Due ore in cui hai allentato la tensione in maniera poco ortodossa…
«Commisi un errore clamoroso che avrebbe potuto costarmi caro: mi ritirai nel fresco dello spogliatoio bevendo un’aranciata e sfogliando un libro di chimica organica per preparare un esame universitario. Un’ora prima della gara, mentre gli altri cinque finalisti si stavano riscaldando sulla pista dello Stadio dei Marmi, mi sedetti sulle gradinate per osservarli, suscitando grande sconcerto. Solo 20 minuti prima della “bella” provai un paio di partenze per dimostrare che c’ero anch’io a giocarmela.»
A proposito di successo, quali vantaggi ha comportato il fatto di essere un’icona dello sport italiano?
«Il successo mi ha procurato due grandi opportunità: poter viaggiare in tutti gli angoli della Terra e incontrare i più svariati personaggi, dal più umile al più altolocato, imparando le varie sfaccettature dell’essere umano e permettendo di farmi una cultura sociale molto ampia e reale. Un altro aspetto che riscontro con piacere è che, ancora oggi, tanti giovani si ricordano di me. Ciò significa che anche se sono passati tanti anni il campione si sente utile per gli altri.»
Da Roma 1960 ad oggi lo sport è cambiato anche a livello giovanile. Qual è il miglior consiglio che un campione come te potrebbe dispensare ad un ragazzo che oggi vuole praticare sport?
«Lo sport va praticato senza accanirsi, deve essere un modo per esprimere la propria vitalità e la propria esuberanza fisica in maniera pulita, sana e serena. Consiglio di provare il maggior numero di specialità per scoprire la disciplina più adatta alle proprie caratteristiche morfologiche e psicologiche che non sempre coincidono con la personale inclinazione. Io ne sono un esempio: mi piaceva il tennis ma l’unica azione che mi veniva bene erano le velocissime discese a rete. Inoltre, consiglio di praticare sia lo sport individuale, che insegna a diventare responsabili di sé stessi, sia lo sport di squadra, con cui si impara ad aiutare gli altri.»

