Politica di Redazione , 31/08/2026 8:15

Fine vita, Valdegamberi attacca Zaia: «Si propone come il signor morte»

Stefano Valdegamberi – Consiglio Regionale
Stefano Valdegamberi - Consiglio Regionale

«Zaia, che oggi si propone come il “Signor Morte” della politica veneta, insieme ai Radicali e alla sinistra, presenta l’accesso alla morte medicalmente assistita come una conquista di libertà. Ma non basta aprire la porta della morte per poter dire di aver liberato una persona».

Così Stefano Valdegamberi, esponente di Futuro Nazionale, interviene nel dibattito sul fine vita, contestando l’idea che l’accesso alla morte medicalmente assistita possa essere considerato, in ogni circostanza, una forma di libertà.

Per Valdegamberi, una persona è realmente libera soltanto quando dispone di alternative concrete. «Se è malata, disabile, sola, impoverita, bloccata in una lista d’attesa infinita, senza la possibilità economica di curarsi privatamente, senza un’adeguata assistenza o convinta di essere un peso per la propria famiglia e per la società, la scelta della morte può essere profondamente condizionata dalle circostanze».

Da qui la domanda posta dall’esponente politico: «Che cosa c’è di libero in una scelta compiuta quando tutte le alternative alla morte sono diventate difficili, costose o addirittura inesistenti?».

Secondo Valdegamberi, il tema del fine vita deve essere affrontato insieme a quello della sanità, dell’assistenza e del sostegno alle persone fragili. «La vera libertà non è scegliere tra soffrire e morire. La vera libertà è poter scegliere di vivere senza essere schiacciati dalla sofferenza, dalla solitudine, dalla povertà e dall’abbandono».

Nel suo intervento cita il Canada come esempio sul quale riflettere. Valdegamberi ricorda che nel 2024 sono state 16.499 le persone che hanno ricevuto la morte medicalmente assistita, pari a circa il 5,1% dei decessi del Paese, e che dal 2016 il numero complessivo ha superato le 76 mila persone. Richiama inoltre l’ampliamento della disciplina ai casi nei quali la morte naturale non sia ragionevolmente prevedibile: «Nel 2024 sono state 732 le persone che hanno avuto accesso alla morte attraverso questo percorso».

«Non significa che tutti questi casi siano illegittimi o che vi siano automaticamente degli abusi», precisa Valdegamberi. «Significa però che il confine iniziale si è spostato, e che quello che veniva presentato come un’eccezione è diventato un fenomeno di dimensioni considerevoli».

Il timore è che il confine possa continuare a spostarsi nel tempo. Valdegamberi richiama anche le preoccupazioni espresse dalle Nazioni Unite sulla situazione canadese, in particolare rispetto al rischio che le persone con disabilità possano trovarsi davanti a una scelta condizionata da disuguaglianze, isolamento, discriminazione e mancanza di adeguati sostegni.

«Se una persona disabile soffre, la risposta dello Stato non può essere semplicemente offrirle la possibilità di morire. Se una persona anziana è sola, dobbiamo garantirle compagnia e assistenza. Se una persona malata non riceve cure adeguate, dobbiamo curarla. Se non può permettersi una prestazione sanitaria privata, dobbiamo garantire una sanità pubblica che funzioni».

Valdegamberi pone anche una questione economica, legata all’invecchiamento della popolazione, alle malattie croniche e alla crescente necessità di assistenza. «Non sto dicendo che Zaia, i Radicali o la sinistra vogliano utilizzare l’eutanasia per risparmiare. Sto dicendo che una società deve evitare qualsiasi meccanismo nel quale curare e assistere una persona costi molto più che accompagnarla alla morte».

Il punto, conclude, è distinguere tra libertà formale e libertà sostanziale. «Se davanti a una persona mettiamo da una parte mesi o anni di attesa, cure private che non può permettersi, assistenza insufficiente, solitudine e paura di essere un peso e dall’altra una procedura rapida che pone fine alla sofferenza, non possiamo far finta che quelle due alternative siano equivalenti».

Da qui l’appello: «Se una persona non può curarsi perché non ha soldi, se deve aspettare mesi per una prestazione sanitaria, se non trova assistenza, se è sola o si sente un peso, la nostra prima risposta non può essere: “sei libera di morire”. La risposta deve essere: “ti aiutiamo a vivere”».

«Non siamo contro la libertà», conclude Valdegamberi. «Siamo contro una falsa idea di libertà che lascia sola la persona davanti alla sofferenza e poi le offre la morte come soluzione. La più grande libertà che possiamo garantire a una persona fragile non è quella di morire, ma quella di non sentirsi costretta a morire perché non trova più un posto, una cura, un’assistenza o una speranza nella società».